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Il diario livornese di Pietro Martini
Pietro Martini (1820-1911), artigiano livornese, autodidatta, di idee democratiche e repubblicane combatté nei giorni della resistenza antiaustriaca. Fu quindi attento testimone riportando nel suo diario la cronaca precisa dei fatti di Livorno (e della Toscana) dal febbraio (fuga a Gaeta del granduca Leopoldo II) al maggio (occupazione austriaca di Livorno) del 1849.

Nel diario si ritrova grande attenzione ai conflitti tra le varie fazioni presenti in città, e tra tutti i personaggi grande risalto viene dato alla figura di Enrico Bartelloni vero combattente disposto a tutto fino all’estremo sacrificio in nome della libertà.

Il “Diario” è accompagnato da un’appendice ad opera dell’Autore con i profili biografici dei personaggi protagonisti della vicenda, e da una particolareggiata autobiografia.
Il testo del “Diario” è corredato di numerosi documenti originali, trascritti dall’Autore.
La ricostruzione fatta dal Martini è ritenuta dagli studiosi la più completa e attendibile tra le cronache dei testimoni dei fatti.


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Vent’anni di esplorazioni nel mondo del dimagrimento.

Questo libro vuole semplicemente raccontare una storia, un po’ di vita, molte esperienze dirette e indirette sull’incredibile mondo del dimagrimento.
Vuole dare qualche semplice consiglio e illustrare un percorso pratico e realmente applicabile da tutte le donne che hanno il reale desiderio di mettersi o rimettersi in forma. Non è basato sulle mode del momento, non è scritto da un chimico, non è scritto da un medico.
Si basa su storie vere, di donne vere con vite reali alle prese con i problemi di tutti i giorni.


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A Livorno, a metà degli anni ’60, si formarono decine di gruppi musicali: alcuni ebbero breve durata, altri si mescolarono tra loro dando vita ad altri gruppi; qualcuno ebbe successo; anche qualche musicista fu chiamato a suonare in gruppi più famosi.
Le Mummie, I Modì, I Giaguari, Gli Arcieri, I Satelliti, I Falchi, sono solo alcuni dei nomi di questi gruppi formati da giovani che si esibivano davanti a loro coetanei nei locali di Livorno e non solo. Di quell’avventura, nel tempo, si è perso traccia: se ne parla per sentito dire, per aneddoti. Ebbene, a raccontare quel periodo e mettere in fila quasi 80 gruppi musicali di quegli anni ci ha pensato Massimo Volpi con questo libro.
Vecchie foto, nomi di gruppi musicali e quelli dei loro componenti, alcuni aneddoti, insomma un insieme che fa di questo libro un vero e proprio album dei gruppi musicali rock livornesi degli anni ’60 da collocare nello scaffale della storia cittadina.
Con grande pazienza e determinazione Volpi è riuscito a contattare tanti di quei giovani di allora, oggi over 60, ed a ricostruire una memoria ormai in gran parte dispersa perché a volte dimentichiamo in fretta.
Come in tutti gli album sicuramente mancherà qualche “figurina”, ma questo lavoro è comunque importante perché riguarda un periodo della nostra storia che, seppure “minima”, andava raccontata.
Maurizio Mini

 


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Una grande A campeggia sulla quarta di copertina dell’Agenda Livorno 2012 pubblicazioni in cui le Edizioni Erasmo hanno raccolto e racchiuso le testimonianze di tanti artisti e scrittori livornesi.
E’ una delle A di Renato Spagnoli, longevo pittore e scultore livornese messo a chiudere, o forse è meglio dire, ad aprire, questa collettiva che vuol essere molto più di un semplice calendario su cui segnarsi gli appuntamenti.
Al suo interno infatti ci sono i testi e le immagini, assemblati dalla curatrice Leda Raspo, di un panorama creativo che spicca per il suo dinamismo e la sua varietà.
Così accanto alle parole degli illustri tra cui spiccano Giorgio Caproni e Piero Ciampi, c’è la “Litania livornese” di Lorenzo Greco, in cui si traccia il tenero ritratto di una “Livorno di Sant’Alò, che prima morì e poi s’ammalò” ma ci sono anche i versi di poeti come Pardo Fornaciari, Simonetta Filippi, e Luciano Luisi.


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Cinquant’anni di calcio labronico narrati con un piglio veloce da giornalista di razza. Una storia del calcio vista attraverso la lente di chi vive lo sport come evento non solo sportivo ma di costume e inserito nella situazione politica e sociale. Così attraverso partite significative si rivive la stagione di Valle Giulia nel 1968 quando Lazio- Livorno si disputò al Flaminio pochi giorni dopo che la battaglia davanti alla Facoltà di architettura segnò l’apice della rivolta studentesca. Le infinite sfide Livorno-Pisa con lo sguardo rivolto ad una contrapposizione che ha più del folcloristico che del reale. Nella Toscana dai mille campanili la vita del Livorno calcio che dalla serie C nel 2005 riesce a tornare in serie A. Protagonisti non solo i campioni ma i migliaia di sportivi disposti a massacranti trasferte pur di seguire la squadra. Tra la vicenda sportiva la vita di una città la cui vena satirica non si risparmia anche nei momnenti più difficili e di cui il Buti oltre che testimone preciso è partecipe.


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Dopo la “Torta Gaia” ritroviamo le nostre amiche Florinda Melinda e Fata Eudora in una nuova storia.
Florinda e Melinda vogliono leggere, ai piccoli amici della Casa dei Libri, la storia di “Pincopallino”, ma… non si trova!!
Dov’è finita? Quella smemorata di Florinda non si ricorda più dove l’ha messa.

I bambini sono impazienti, non vedono l’ora di ascoltare la storia. Alle due follette non resta che chiedere aiuto a Fata Eudora, la fata del bosco di C’eraunavolta.

Fata Eudora compare e tutti si tranquillizzano: il problema è ormai risolto… No, invece! Che guaio! Fata Eudora ha il singhiozzo! E lei che parla sempre in rima… insomma, non ne azzecca una. Figuriamoci a recitare le formule magiche. Che fare?

Per fortuna, ad un bambino viene in mente un vecchio rimedio della nonna per far passare il singhiozzo… Quale? Funzionerà? Per saperlo non vi resta che entrare nella Casa dei Libri del bosco di C’eraunavolta e vedere che succede…


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Pagine di Storia del cinema
Diceva, Fellini, di aspettare con ansia Natale perché vedeva i film di Charlot. Truffaut amava ripetere che aveva deciso di fare cinema dopo aver visto Quarto potere.
Ci possono essere film belli o brutti, di successo o meno, di certo ci sono opere fondamentali, che è doveroso conoscere. E, soprattutto, interrogare. Per capire cosa renda esemplare un’opera cinematografica. E concludere che la domanda non trova (ancora) risposta, neppure dopo averli visti, i capolavori. Nel frattempo il labirinto sposta la verità. L’introduzione non introduce. Come il continuo ruotare dell’astronave di 2001 Odissea nello spazio.
Inizia così il percorso voluto dal Centro Studi Commedia all’italiana, con il sostegno dell’Amministrazione comunale di Rosignano Marittimo e del Cinema Castiglioncello. A partire dall’idea di scrivere una rassegna, come una sorta di antologia visiva di Storia del cinema, senza pretesa di fissare canoni, anzi con il desiderio di provocare riflessioni e stimolare il gusto per la ricerca e lo studio di aspetti legati ai contenuti e al linguaggio cinematografico. La rassegna è pensata di tanti capitoli, ognuno dei quali declina opere esemplari ed un’appendice estiva, dedicata alla Commedia all’italiana, che costituisce lo specifico della nostra Associazione. A febbraio 2010 s’è impaginata la prima parte del Primo Capitolo: una rassegna di sei opere, da Aurora alla Grande guerra, nell’arco di alcuni mesi.

Ogni capitolo è preceduto da una lezione, affidata, quest’anno, a Valentino Davanzati e Vita Maria Nicolosi che, a Villa Celestina, si sono confrontati sul tema affascinante, quanto impervio, di Che cos’è un capolavoro. Nel tentativo di tracciare le possibili caratteristiche del capolavoro, si moltiplicano gli interrogativi che illuminano, in continuo chiaroscuro, le opere presentate in ordine cronologico nella cornice della sala storica del Cinema Castiglioncello: Aurora di Murnau, Tempi moderni di Chaplin, Quarto potere di Welles, 8 ½ di Fellini, 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, fino alla Grande guerra di Monicelli.

Ad introdurre i film sono stati invitati alcuni docenti, che hanno suggerito numerosi spunti di approfondimento: Massimo Ghirlanda, Vita Maria Nicolosi e Lorenzo Cuccu dell’Università degli Studi di Pisa.
Altro evento significativo la serata d’apertura della rassegna, con l’accompagnamento in sala di musiche originali di Mauro Perigozzo, che ha tessuto suggestioni di note in bianco e nero sulle immagini di Aurora.

Illustrate da libri inerenti il cinema e intervallate da un semplice buffet, occasione di incontro e scambio tra il pubblico, le opere sono state rigorosamente proposte in 35 mm, una scelta controcorrente, che tuttavia ha consentito di apprezzare la bellezza delle immagini, non solo a quei giovani, tanti soprattutto per Welles e Kubrick, che per la prima volta si sono accostati ai capolavori, ma anche a chi, pur conoscendoli, non aveva mai avuto occasione di vederli in sala.
All’uscita dal cinema, alcuni ragazzi commentavano Quarto potere: “Però, non credevo che sarebbe stato così bello!”.
Dono di Natale, alla Chaplin.

Sabina Meini


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Volume 1
La storia di una grande e mitica Azienda di trasporto urbano della città di Livorno, che alla soglia degli anni settanta aveva raggiunto il culmine del suo splendore e della sua efficienza e si era guadagnata la stima della popolazione e delle autorità politiche, civili e religiose.
Grande merito di questo successo va ai lavoratori, ai dirigenti agli uomini tutti del tramway, che con il loro contributo, spesso oscuro ma prezioso, e con il duro lavoro e tanti sacrifici hanno permesso a questa Azienda di vivere nel corso degli anni e di scrivere un pezzo di storia di Livorno.
A loro è dedicato questo libro.


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Da tempo si auspicava che il rinnovato interesse culturale verso la Chiesa di San Ferdinando nel panorama storico artistico della Toscana, di cui si è fatto portavoce nel 2003 Riccardo Spinelli nel volume dedicato a Giovan Battista Foggini autore della progettazione architettonica e decorativa della Chiesa, fosse accompagnato da una ripresa di interventi indispensabili alla conservazione di quest’insigne monumento.
Consolidamenti strutturali della parte centrale del presbiterio sottostante l’altare maggiore furono compiuti negli anni Novanta del secolo scorso dall’architetto Mario Ferretti della Soprintendenza di Pisa… seguiti nel 1993-1994 dal restauro degli stucchi della volta della navata…
Il recente intervento di restauro (2010-2011) degli stucchi del catino absidale… completa questa fase… Rappresentativo dell’interesse della collettività verso questa chiesa e l’arte trinitaria si pone anche il restauro della pala in legno intagliato e dorato della tela raffigurante la Madonna del Buon Rimedio.

Attraverso questa pubblicazione l’architetto Silvia Pagni e il gruppo di giovani studiosi gli archeologi: Annalisa Faggi, Flavio Pucci e Laura Peruzzi; l’antropologo Emiliano Carnieri insieme con il gruppo di restauratori del CER Coop arl (Martinez, Bresma, Carminati, Carniel, Riva) rendono conto della rilevanza storica, artistica e antropologica di questo monumento a contrasto con un palese e progressivo degrado dell’architettura e degli apparati decorativi.
Del legame tra Livorno e l’Ordine dei Trinitari e l’arte nella sua magnificenza settecentesca si rende conto attraverso il consapevole lavoro di questi studiosi desiderosi di divulgare la conoscenza della Chiesa di San Ferdinando esemplarmente rappresentativa della memoria storica della città.
Nell’indagine a carattere storico antropologico sui resti inumati presenti in quattro antichi sepolcri, nelle fasi costruttive della chiesa, nella storia dell’Ordine e del fondatore San Giovanni De Matha essi restituiscono uno spaccato in cui appare evidente il ruolo di Livorno e l’interesse della chiesa di San Ferdinando nella storia, nell’arte e nella vita dell’età moderna, soprattutto nel rapporto marittimo tra il granducato di Toscana e i paesi affacciati sul Mediterraneo.
Nonostante i danni causati dalla guerra (crollo del tamburo e cupola) la Chiesa conserva integro il proprio patrimonio artistico di plurisecolare sedimentazione e non è poca cosa in una città duramente colpita dai bombardamenti del 1943, ed un lavoro come questo nasce dalla consapevolezza che la conoscenza del passato della città trova nella Chiesa di San Ferdinando le sue peculiarità.
I due “Schiavi liberati dall’Angelo”, che Giovanni Aratta pone sull’altare in diretto richiamo simbolico con il sovrastante emblema della Trinità, acquistano un linguaggio innovativo di cui si è fatto interprete nel 1999, nel convegno a margine del convegno dedicato agli 800 anni di vita dei Trinitari, il compianto vescovo Alberto Ablondi invitando i giovani all’attualizzazione del messaggio di libertà nella consapevolezza che il “prezzo della libertà si paga sempre; ogni momento è il tempo di riconquistarla, ogni momento è il tempo di offrirla”.
Ed è proprio dalla avventurosa liberazione compiuta dal francese padre Francesco che da Livorno partì per la Tunisia con cristiano liberati, che nel 1653 prese avvio la storia della fondazione della chiesa di San Ferdinando, sulla liberazione degli schiavi si mossero i Trinitari fondatori di questa Chiesa che al fasto artistico del barocco settecentesco affidarono il messaggio teologico della liberazione.
Parafrasando le parole di Paolo Castignoli si può ripetere che per le sue caratteristiche storiche la Chiesa di San Ferdinando rappresenta “gli intensi rapporti non solo commerciali ma anche culturali tra il mondo cristiano e quello islamico”. “A causa del suo particolare ruolo di cuore pulsante di attivi scambi in un vasto avanmare che aveva il suo epicentro nel Mediterraneo” la chiesa di San Ferdinando testimonia una storia ancora attuale grazie al contributo degli autori di questa pubblicazione.

Dalla presentazione di Maria Teresa Lazzarini
(Direttrice storico dell’Arte, già della
Soprintendenza di Pisa)
La Chiesa di San Ferdinando di Fulvio Pucci
I Trinitari di Laura Peruzzi
San Giovanni De Matha di Annalisa Faggi
Restauro degli stucchi del catino absidale
(Martinez Bresma, Carminati, Carniel, Riva)
Le indagini archeologiche di Annalisa Faggi
Il materiale recuperato di Flavio Pucci
Il sepolcreto di Silvia Pagni
Lo studio antropologico di Emiliano Carnieri
Le famiglie di Laura Peruzzi


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IL BONI QUI COSA SCRIVEREBBE?
di Claudio Marmugi
“Il suo nome è Boni, G.M. Boni”.
E quel G.M. all’inizio è un po’ sospetto. Per cosa sta?
General Motors? Gran Maestro? Geniale Matto? Giovane Marmotta?
Mah. Io direi che G.M. è una sigla polivalente.
È un po’ di tutto questo e nulla al tempo stesso. Anche il cognome è indicativo – non meno del G.M. del nome. Ma procediamo con ordine. Giovanni Maria Boni è senza dubbio bono a scrive’. Rientra nei “Boni” anche per questo. Oltretutto è un bimbo bono perdavvero, sicché sta nei “Boni” anche per differenziarsi dai “Cattivi”. Del resto, Giovanni Maria Cattivi suonava malissimo. Sicché, buon per lui chiamassi Boni. Ora, io, però, che sto qui a scrivergli la prefazione, non so se sono bono davvero a scrivergli la prefazione.
Se ero “bono” come lui mi sarei chiamato Glauco Maria Boni o Giovanclaudio Marmugi Boni.
Io invece non sono Boni affatto.
In realtà, a me, da giovane interessava essere BONO, ma BONO ABBESTIA, perché negli anni ’80/’90 era un titolo nobiliare adattissimo da spendersi con le ragazze – la scala della bellezza media maschile a Livorno era: FAI CAA’ / SEI UN CESSO / SEI UN TIPO / SEI PASSABILE /BELLOCCIO / BONAZZO / BONO / BONO+ / BONO ABBESTIA (per la cronaca, a Livorno sui muri, anche ora, c’è scritto “Marmugi 6 Bono Abbestia!” ma, ho scoperto, non parlano di me – bensì di un Simone Marmugi che probabilmente, è bono abbestia sul serio).
Insomma, l’ho già detto, io non sono Bono. E lui è più Boni di me.
Però siamo grandi amici. All’inizio su Facebook.
Poi nella vita. Un incredibile processo inverso e controtendenza.
Ho conosciuto Giovanni Maria Boni su Fb perché lui mi aveva chiesto amicizia. Lo faceva impazzire (così m’ha detto) un filmino di pochi minuti girato con Andrea Camerini (autore de IL TROIO sul Vernacoliere e di molte altre cose) vicino a casa sua (vicino a casa del Boni, dico): una parodia targata Grezzofilm del film “ROCKY” intitolata “ROCHI”, interpretata da Galli&Villo con una fugace apparizione mia: pugili e arbitri su un ring (di Piombino) dove tutti ripetevano frasi memorabili dei film di Stallone tipo “Io ti spiezzo in due”, ma con un filo di voce (essendo ROCHI, appunto). Penso che Giovanni sia l’unico vero fan di quella (non me ne voglia il Camerini) apocalittica boiata, talmente surreale da risultare quasi incompresa (però la dice lunga sul suo modo di G.M. B. di intendere la comicità e soprattutto la parola) da essere adulato, mi son ritrovato, leggendo “i commenti” di Giovanni su Fb, a diventare di colpo adulatore.
Giorno dopo giorno sono diventato io un fan suo. Boni scriveva e io dicevo: “Buona questa!”.
Una. Due. Dieci battute, al giorno. E dentro di me continuavo (e continuo) a ripetermi: “Oh! Questo è ganzo. Questo fa ridere!”.
Gli chiesi allora se faceva l’autore e lui, quasi spaventato, mi rispose di no. Che non ci aveva mai pensato. Che abitava a Piombino, non conosceva nessuno dello spettacolo e scriveva per sé. E credeva di scrive’ pure una montagna di ‘azzate.
E ora eccoci qua.
Son passati du’ anni e mezzo e mi tocca buttanni giù la Prefazione al suo primo libro. Addirittura. E mi sono offerto anche volontario! Perché lo considero un genio. Perché si è dimostrato, anche proprio su Facebook, un fulmine nei giochi di parole, una scheggia nel colpire nel segno, spesso addirittura spiazzandomi, portandomi ad esclamare: “Diamine! Perché non è venuta a me quella battuta?”.
Oppure, a volte, mentre son qui al computer che annaspo dietro a un pezzo per il Vernacoliere o per il Tirreno, mi vien da dire: “Il Boni qui cosa scriverebbe?”.
Già, il Boni qui cosa scriverebbe?
Di sicuro ora ci metterebbe un Pilosio a pensare, in attesa della prossima folgorante ‘azzata. Ebbene signori: bevetevi il Boni, prima che lui si beva voi.